Lorenzo Dante Ferro – intervista
Tra volti noti e meno noti della profumeria più o meno artistica, quest’anno a Fragranze 9, ha fatto la sua apparizione Lorenzo Dante Ferro, maestro profumiere italiano, che si è intrattenuto con il pubblico per poche ore, giusto il tempo per tenere una conferenza nello spazio eventi allestito alla Stazione Leopolda. Qui ha condotto con passione e animosità il suo discorso toccando molti argomenti legati alla qualità delle fragranze, la scelta delle materie prime e lo stile del Made in Italy. La sua ultima preoccupazione sembrava essere quella di promuovere il profumo Amorvero, ragione, o forse pretesto, della sua presenza a Firenze.Dante Ferro ha creato Amorvero per l’Hotel Hassler di Roma, ma ora la fragranza sarà distribuita nel circuito della nicchia per incontrare un pubblico femminile più ampio.
Ho approfittato di questa insolita occasione per addentrarmi nei meandri della sua attività di profumiere piuttosto atipico, apparentemente defilato, in realtà richiestissimo non solo per la creazione di pregiate fragranze personalizzate ma anche per profumazioni “hors des flacons”.
Ecco alcuni elementi per comprendere il pensiero che sta dietro la sua indiscutibile maestria.
Che cosa vuol dire essere “Maestro Profumiere”, come si acquisisce questo titolo?
Il titolo deriva da una solida formazione e un’esperienza qualificata. La formazione permette di creare una memoria olfattiva, in quanto non siamo nati con una codificazione delle sensazioni olfattive, bisogna costruire questo linguaggio, incamerando le diverse note e studiando le loro combinazioni.
Nel mio caso ho studiato chimica e ho completato la mia formazione a Zurigo. Qui c’erano Givaudan e Firmenich che cercavano collaboratori ed eravamo incoraggiati a intraprendere questo percorso attraverso crediti formativi. Così, un pomeriggio, insieme a un piccolo gruppo di giovani diplomati ho partecipato a un test attitudinale e il mio è risultato il migliore. In seguito mi sono stati offerti contratti che mi hanno permesso di intraprendere una formazione specifica, compresa anche la scuola di Grasse (n.d.r. École de Parfumerie Roure Bertrand Dupont). Poi sono arrivati gli incarichi a Londra, quattro anni a New York, quindi a Parigi dove la professione iniziava a diventare davvero impegnativa specialmente per me che non ero Francese. Ero troppo giovane per impegnarmi in scaramucce campanilistiche, sono quindi rientrato in Italia e ho dato avvio alla mia impresa. Abbiamo iniziato nel 1982 e il prossimo anno festeggiamo i 30 anni di attività.
Quando ha preso consapevolezza del suo legame con la profumeria italiana e il Made in Italy in genere?
Da subito direi, perché sul piano culturale ho avuto un particolare supporto: mia madre di Parma, mio padre veneziano. Sono vissuto in un ambiente legato al cibo e la cucina ha influito molto sul mio retaggio olfattivo. Per quanto riguarda il profumo, sia la Violetta di Parma che le colonie veneziane erano particolarmente presenti in casa, e io ho sentito di dare continuità a questa tradizione. Mi sono sempre domandato come mai noi italiani abbiamo perso il primato detenuto in passato, basta pensare a ciò che hanno rappresentato Renato Bianco e Giovanni Paolo Feminis. Essere a Londra e New York è affascinante ma quando si parla di buon gusto sento il bisogno di ricollegarmi all’Italia.
La nostra identità è italiana anche per il tipo di imprenditoria che portiamo avanti: come molte aziende del Made in Italy abbiamo infatti un’impostazione familiare.
Qual è il profumo di cui va più fiero?
Sicuramente il profumo che ho creato per mia moglie: Coeur de Ferrose. Nasce da un precedente profumo, chiamato Ferrose. La parola è una fusione tra “fer” e “rose”, significa quindi “rosa di ferro” (n.d.r. Oppure “rosa di Ferro” con riferimento a cognome di Lorenzo Dante?). La rosa simboleggia la donna: se riesci a non ferirti con le spine, procedendo con tatto e delicatezza, avrai il piacere del suo profumo. Ferrose si basa su un accordo affascinante ed elegante di Rosa Bulgara, Iris, Gelsomino Italiano, Giacinto, Osmanthus, Foglie di Violetta e Mughetto con sfumature di Sandalo, Mirra ed Ambra. Da questa fragranza ho estratto le materie prime più pregiate per creare Coeur de Ferrose, che è il più costoso profumo al mondo. In realtà non è così costoso perché non prevede tutti quei passaggi che aumentano il prezzo, il prodotto, cioè, non viene venduto e rivenduto diverse volte prima di arrivare all’acquirente finale come accade per la maggior parte dei prodotti di profumeria.
Ci racconta la storia del profumo Amorvero che ha presentato a Fragranze quest’anno? Come è avvenuto l’incontro con Campomarzio70 e come è nata la decisione di distribuire Amorvero nel circuito della nicchia?
L’incontro con Campomarzio70 è avvenuto attraverso il titolare dell’Hotel Hassler di Roma. Il profumo era inizialmente destinato alla vendita agli ospiti dell’albergo, poi si è deciso di farne una distribuzione più selettiva.
Sono stato messo in contatto con Campomarzio70 per proporlo al mercato tedesco e russo, dove note di quel tipo sono particolarmente apprezzate. Il profumo è nato infatti per la moglie del titolare che è di origini tedesche.
Amorvero è stato creato con il metodo con cui venivano creati i profumi un tempo… secondo uno stile classico che è il nostro marchio di fabbrica.
Malgrado i continui lanci a cui l’industria del profumo ci ha abituati, i leader del mercato rimangono i profumi di un tempo che, a differenza dei nuovi, non hanno bisogno di tanta pubblicità e di inventare storie fittizie con grandi investimenti di denaro. Nei profumi mainstream la storia vera manca e per questo tutto è così arido.
Per Amorvero siamo partiti da una scelta di qualità delle materie prime: se il profumo fosse stato destinato alla grande diffusione non sarebbe mai stato possibile usarle. Sulle grandi cifre il prodotto avrebbe avuto un costo esagerato. Noi invece siamo stati liberi di scegliere il profilo olfattivo più vicino alla persona per cui è stato creato. Questi sono i vantaggi del profumo personalizzato.
E lei, di che profumo è fatto?
Il mio è poco discriminante, anche le note esagerate sono per me molto gradevoli. Vedo però che i profumi che potrei utilizzare rimangono su una linea molto classica. L’Acqua Admirabilis che abbiamo creato per il café Florian (n.d.r. immagine a fianco), prevede note agrumate – che per un uomo sono un elemento di raffinatezza – senza effetti overpowering. Spesso in profumeria si usano materie prime che hanno una forza estrema che sono ideali per altri impieghi come ad esempio il lavaggio ad alte temperature. Le materie prime con simili capacità di overdose hanno un effetto molto potente. Il loro difetto è che stancano, finita la novità non sono più utilizzabili, mentre i classici rimangono: Eau Sauvage di Dior, Vetiver di Guerlain…
Oggi i grandi stilisti si sostengono sulle vendite dei profumi perché la moda è talmente astratta che ogni 6 mesi deve uscire del nuovo, ma se va in giro noterà che l’uomo in genere il più delle volte opta per una giacca blu, raramente ne indossa una rosa.
Il suo lavoro non è solo sui profumi personalizzati, ci racconta altri rami di questa attività?
Abbiamo profumato eventi, come i concerti di Jovanotti, mostre d’arte come quella di Gaetano Pesce alla Triennale e la World Art a Venezia dove giovani artisti espongono nella vecchia fabbrica della Colussi a cui abbiamo dato un profilo olfattivo richiamando l’aroma del biscotto. Stiamo preparando anche una serie di fragranze per i golfisti.
In questo modo usciamo dall’ambito esclusivo del profumo in boccetta, legato al desidero delle persone di acquistare un prodotto per diventare più attrattive, e ci rivolgiamo all’ambiente e all’interazione con altre forme d’arte.
Quali sono gli obiettivi che le rimangono da raggiungere, i desideri che vorrebbe realizzare nel suo lavoro dopo tanti anni di esperienza?
Questo è un lavoro di passione, mi piace perché non c’è mai un momento uguale all’altro e creare un profumo abbraccia moltissimi aspetti diversi tra loro. Per esempio c’è tutto un contesto sociale geopolitico che riguarda la reperibilità di materie prime da varie parti del globo, che comporta una conoscenza di ciò che succede nel mondo per poter capire gli approvvigionamenti. C’è poi l’attività più strettamente creativa che può includere anche la collaborazione con altri artisti, chef, pittori, scultori.
Ciò che faccio è cogliere gli stimoli che provengono dal mio lavoro in un mercato aperto che non ha frontiere. Sono quindi appagato dalla mia attività quotidiana. Se proprio devo pensare a un’ambizione da perseguire, direi quella di portare la tradizione del profumo italiano a una conoscenza sempre più ampia.
Ci sono colleghi italiani con cui lei sente di poter fare forza sul tema del Made in Italy?
Sinceramente faccio un po’ fatica. In Italia manca la formazione e io ho un curriculum iniziale molto dettagliato a contatto con scuole e aziende in Francia e Svizzera. Mentre di molti non si sa dire da dove provengano. Ho sofferto i primi dieci anni della mia formazione perché era difficilissimo apprendere la tecnica. Lo studio era costante: se vogliamo togliere le 7-8 ore di sonno, tutto il resto era dedicato all’apprendimento. Siamo in un settore non codificato, dove prima di poter impiegare una materia è necessario capirla a fondo nella sua essenza e nel contesto in cui viene applicata. Oggi in Italia spuntano nuovi creatori di fragranze, ma manca il retaggio professionale.
I miei riferimenti sono Jean Carles che ha dato varietà alla profumeria, Jean-Paul Guerlain che ha creato classici di grande eleganza. Mi fa sempre piacere quando incontro una donna che mi dice “Sono rimasta fedele al mio Mitsouko”.
Noi seguiamo questo filone e le persone si stupiscono quando sentono l’impostazione dei nostri profumi. Capiscono che lavoriamo per coloro che apprezzano l’arte della profumeria e non vogliono far parte del branco, ma distinguersi.
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