Nasi impertinenti
Ficcò dentro le dita e tirò fuori un naso… Ivàn Jakovlèvic si senti cascare le braccia; cominciò a sfregarsi gli occhi e poi tastò di nuovo: un naso, proprio un naso! e per giunta, a quel che sembrava, anche in un certo senso conosciuto. Lo spavento si dipinse sulla faccia di Ivàn Jakovlèviè. Ma questo spavento era niente in confronto all’indignazione che s’impadronì di sua moglie. (Nikolaj Gogol’ “Il naso”)
Il naso è una curiosa escrescenza appesa proprio al centro del nostro viso, un elemento che si proietta oltre i confini del corpo e talvolta minaccia il nostro civile contegno. Starnutire, soffiarsi il naso sono gesti tutt’al più tollerati nella nostra cultura, ma spesso fonte di imbarazzo se non addirittura di censura. Chi di noi non ha mai provato a trattenere un fragoroso “Echium!!”?
La letteratura popolare è affollata di personaggi nasuti che infrangono la norma e il senso comune come le maschere della commedia dell’arte, le streghe e gli orchi delle fiabe, gli gnomi. Un naso grottesco e fuori misura è lo stereotipo che spesso sottende un raggiro, una beffa, una canzonatura o qualche sconcezza.
Uno dei tanti personaggi che hanno fatto fortuna grazie ad un’anomala configurazione del proprio naso, è senz’altro Massimo Zanardi, nato dal genio fumettistico di Andrea Pazienza.
Tempo fa insieme (e grazie) ad Andrea Plazzi ho scritto un articolo per la prefazione del volume Zanardi 2, riedizione delle storie disegnate da Pazienza tra il 1984 e il 1987 (Fandango 2009).
Ne riporto qui un estratto (un po’ ritoccato e ampliato per adattarlo a questo contesto) con alcune considerazioni sul naso impertinente di Zanardi.
“Per quanto originale e perfettamente compresa nel suo contesto storico, la figura di Zanardi sembra evocare archetipi lontani, a partire dal suo celebre profilo. Comparso per la prima volta su Frigidaire, questo personaggio è uno degli alter ego usati da Andrea Pazienza. Ma differenza di Pentothal e Pompeo il suo volto affilato non è quello dell’autore, anche se da subito ha qualcosa di familiare e riconoscibile. Con quel naso a becco Zanardi ricorda i personaggi delle fiabe grottesche e dei racconti popolari, come gnomi, troll norvegesi, giganti e streghe. Ha lo stesso naso fuori misura di certe maschere della commedia dell’arte, come Arlecchino, Pantalone, Stenterello, Fagiolino e il loro fratello più giovane: Pinocchio.
E la somiglianza non è casuale, perché con tutti questi personaggi Zanardi condivide il senso di rivolta alla norma che si esprime in una tensione corporea volta a rompere gli argini del contegno.
Nasi che sporgono e si protendono oltre il corpo. Nasi che potrebbero da un momento all’altro staccarsi e rendersi indipendenti come avviene nel racconto di Gogol’. Nasi oggetto di ludibrio come nelle maschere dell’infamia usate fino all’Ottocento per punire chi turbava l’ordine pubblico. E ancora nasi fallici sulle maschere indossate dai feroci drughi di Arancia Meccanica.
Il tema del naso, come ha spiegato Bachtin, è un motivo che si ritrova nel linguaggio e nell’arte popolare di diverse epoche e culture. La sua caratteristica universale è quella di mettere in discussione i confini tra “dentro” e “fuori” e quindi di prendersi gioco del canone del corpo “perfettamente dato, formato, rigorosamente delimitato, chiuso, mostrato dall’esterno, omogeneo ed espressivo della sua individualità.”
Zanardi evoca perciò un immaginario ben preciso legato a motivi grotteschi, triviali, osceni e contrari alla morale che animavano i racconti popolari, le farse carnevalesche e che sono sopravvissuti nelle fiabe per bambini. Da questo humus nasce infatti Pinocchio il cui naso è definito “impertinente” dallo studioso Dieter Richter, o anche “memoria del corpo non finito che il bambino piccolo reca sempre con sé come godimento onirico e come incubo”.
Anche Zanardi ha un corpo non finito e nei momenti di maggior tensione ed efferatezza Pazienza lo trasforma facilmente in un uccello rapace. Una mutevolezza che è la conseguenza evidente di un vitalismo che alimenta l’azione e si scontra con la morale.
Questa doppia sembianza di uomo e uccello lo accomuna a un personaggio legato alla memoria del corpo infantile. Si tratta di Peter Pan che certamente sta alle cicogne come Zanardi agli avvoltoi, ma i due condividono il destino di chi cerca spazi aperti in cui liberare la propria vitalità. E per Zanardi il vitalismo è un propellente costante all’azione che spesso urta la morale comune e fa a cazzotti con qualsiasi ordine. Lo scherzo, anche “da caserma” e con risvolti spesso tragici, è la tipica modalità con cui Zanardi esprime il proprio estro diabolico. Ma sarebbe meglio dire la triade Colasanti, Petrilli e Zanardi cioè il bello, il brutto e il cattivo per i quali fottere – letteralmente – e sfottere il prossimo diventa una professione di vita.”
L’articolo completo “Bah! La realtà!” è pubblicato sul blog di Andrea Plazzi.
Citazioni:
Michail Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Torino 1979, Biblioteca Einaudi, pag. 350
Richter Dieter, Pinocchio o del romanzo d’infanzia, Roma 2002, Storia e Letteratura, pag. 66.
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